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a cittadina è tra le più belle della provincia di Vibo Valentia, nonché uno dei borghi più pittoreschi della costa, arroccato sul pendio di un suggestivo promontorio che si erge a picco sul Mar Tirreno, al centro del Golfo di Sant’Eufemia. Pizzo nasce sulle rovine di Napitia, una colonia di Focesi, per poi essere in seguito distrutta da un attacco di Saraceni e ricostruita dai superstiti. In età medievale la fortificazione con torri e mura e lo sviluppo di un fiorente borgo commerciale con interessanti residenze signorili. Fu sede di un monastero di Basiliani e furono costruite molte chiese tra cui quella delle Grazie, ad opera di alcuni
raccoglitori di corallo provenienti da Amalfi, e quella di Piedigrotta, un caratteristico edificio scavato nel tufo, quest’ultima si trova in località Prangi, sulla spiaggia di Pizzo Calabro, a pochi passi dal mare. Una singolare chiesetta realizzata all'interno di maestose pareti rocciose che degradano verso il mare. Ci si accede attraverso una scalinata in granito serrese, dalla statale 522, ci si incammina per un sentiero che costeggia il meraviglioso Basso Tirreno, completamente immerso tra una natura incontaminata, in una posizione dove è possibile scorgere angoli paesaggistici davvero unici sul Golfo di Sant'Eufemia. Lungo il breve tratto si possono ammirare le due sponde del Golfo ed una scogliera di tufo che non conosce eguali. La risacca del mare cristallino, accompagna il visitatore giù alla chiesetta, “preparandolo” allo scenario che solo questo posto sa offrire. La chiesetta di Piedigrotta, o come, più comunemente la chiamano gli abitanti di Pizzo "a Madonnella" è pervasa da una leggenda che racconta di alcuni marinai che scampati ad un naufragio, approdarono in questa parte della costa calabrese e ritrovarono sulle sponde un quadro raffigurante la Madonna, che avevano a bordo. Considerato un vero miracolo, quindi, essere sopravvissuti a tale evento catastrofico, decisero di costruire una chiesa dedicata alla Madonna, proprio in quel luogo, dove erano approdati miracolosamente e collocarono il quadro su un altare in onore della loro Salvatrice. verso la fine del XIX secolo due artigiani locali Angelo Barone e il figlio Alfonso, ampliarono la grotta realizzando tre navate e creando all'interno, con la stessa roccia tufacea, statue e gruppi scultorei che rappresentano scene ispirate alle sacre scritture. Una struttura a pianta rettangolare, scavata all'interno di una grotta che si divide in cunicoli e caverne, dove il visitatore rimane incantato dalla particolarità delle creazioni realizzate dagli artisti, che rappresentano in modo mirabile l'arte popolare calabrese, pervasi da un suggestivo gioco di colori offerto dalla luce del sole che riflette sul mare e che penetra all'interno della chiesetta, attraverso piccole finestre in tutto simili a fessure scavate nella roccia. Tale situazione ambientale permette al tufo di mostrare tutte le tonalità di cui è capace, dove le statue sembrano animarsi di una brillantezza cangiante. Visitare questo particolare luogo è come "immergersi" in uno scenario irreale, con il rumore del mare che dall'esterno della chiesa raggiunge anche le piccole grotte scavate all'interno e l'aria si pervade di profonda sacralità, dove la nuda roccia sembra rivivere negli sguardi delle suggestive statue.
Ma Pizzo possiede un’altro interessante reperto, il castello Murat. Il maniero fu eretto nella seconda metà del XV secolo da Ferdinando I d’Aragona e conserva, ancora oggi, i suoi volumi compatti, è costituito da un massiccio corpo quadrangolare che da una parte si affaccia sul mare scendendo perpendicolarmente sulla rupe, mentre dall’altra una strada ha preso il posto dell’antico fossato che lo circondava. Infatti, per accedervi, vi era un ponte levatoio. Il corpo centrale è inoltre affiancato da due torri a tronco conico che danno verso l’abitato. Esternamente è decorato da un redondone e i tre piani ricavati all’interno si trovano due al di sopra e uno al di sotto di esso. Caratteristiche le antiche carceri costituite da cinque vani ricoperti a volta ed aperture che danno verso il mare e verso il centro abitato. Come si può leggere su una lapide posta all’ingresso del castello, l’edificio deve la sua denominazione ad un evento che, come scrive Alexander Dumas, fece di Pizzo “una delle stazioni omeriche dell’Iliade napoleonica”. E’ proprio qui infatti che fu imprigionato, condannato e giustiziato Gioacchino Murat, Re di Napoli e cognato di Napoleone. Non è possibile operare una vera e propria ricostruzione dei cinque giorni di prigionia di Murat, in quanto vi sono diverse versioni, tutte credibili in quanto supportate da documenti ufficiali. Ciò che è certo è che Murat affrontò con orgoglio e dignità la sua prigionia fino alla fine, confermando la sua fama di condottiero di straordinario valore. Oltre al suo orgoglio, di quei momenti ci rimane la commovente lettera scritta alla moglie Carolina, e l’impavida fierezza con la quale affrontò la morte: volle infatti comandare il plotone d’esecuzione. La frase da lui pronunciata “Puntate al petto, risparmiate il volto”, commosse a tal punto i soldati, che intimiditi, al suo primo ordine di fare fuoco, lo risparmiarono. Dovettero aspettare che Murat ordinasse per la seconda volta di fare fuoco, prima di ucciderlo. Il suo corpo fu sepolto in una fossa comune al centro della Chiesa di San Giorgio Martire dove una pietra tombale ricorda il nome e la memoria di un Re che, come scrisse il Conte di Mosbourg, “seppe vincere, seppe regnare, seppe morire”. Nell’economia locale grande importanza ha la pesca del tonno, che ha sviluppato una fiorente industria conserviera, che rende il "tonno sott'olio" di Pizzo noto ormai in tutto il mondo per la sua esportazione. Ottima anche la cucina, a base di pesce della zona e di pietanze tradizionali calabresi. Inoltre la città è circondata da odorosi aranceti, che in primavera diffondono nell'aria un inebriante profumo di zagara ed è nota per la produzione dello "zibibbo", uva bianca dolcissima di eccezionale gusto e sapore e per i rinomati gelati artigianali, in modo particolare per il famoso “tartufo”, che, rifacendosi ad una lunga tradizione, rendono particolarmente "dolce" a visitatori e a turisti il soggiorno e la villeggiatura a Pizzo.
PIZZO CALABRO VACANZE
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