Nei vicoli del centro storico, “d’‘a ficarazza”, “d’‘u chjanu”, “d’‘u Càrminu”, “d’‘a marina”, “d’‘a timba”, stavano un tempo le donne a ricamare, cucire e rammendare. Ricamavano corredi per i figli, nipoti, parenti, oppure tessevano al tòmbolo merletti da sembrare fine lavoro di oreficeria, sedute al sole, tra odore di cucinato misto a quello delle alghe di un mare stagnante e luccicante come specchio sotto i caldi raggi del sole, com’è il nostro nelle belle giornate primaverili. In questi “vichi” si consumava la vita di tante generazioni che non avevano conosciuto nient’altro, eppure, erano ugualmente soddisfatti, perchè protetti da quelle mura, da quegli odori, da quella realtà immutabile ed eterna. E vero, la felicità consiste anche nel non conoscere e, come dice C. Pavese, “il mio paese è il mondo”. Era raro, allora, vedere una donna stare seduta con altre senza far nulla. A differenza degli uomini, il cui stare insieme si configurava come un fatto che non aveva bisogno di spiegazione, lo stare insieme delle donne aveva bisogno di una giustificazione. Infatti un vecchio proverbio così diceva: “A’ Jìmmana chi non havi garbu, mègghju nommu havi jorna”. Soltanto alle vecchie era consentito chiacchierare senza far nulla. “U vicu” proteggeva e racchiudeva nel noto e nel quotidiano le attività come il riposo, si stringevano amicizie e si annodavano relazioni di vicinato. Il vicinato, appunto, creava una rete di solidarietà, di scambio, di piccole prestazioni, ma anche di liti furiose per questioni avvenute tra bambini, per l’acqua dei panni che gocciolava dal piano più alto davanti alla porta del piano terra, “davandi 6 passettu”, per prestiti mai restituiti, presunti furti, galline che scomparivano. Il massimo dispetto della vicina alla sposa che usciva di casa per recarsi in chiesa, era intonare le note grossolane come “Ciùcciu bellu di ‘stu cori, comu tipozzu amari; quandu ragghjavafacia: Ihà! Ihà! Ihà!”. Ma anche una scopa messa davanti alla porta, per vecchia ruggine mai sopita, poteva fare sprizzare scintille. Lo scoppio della lite era uno spettacolo che neanche il grande Eduardo De Filippo avrebbe saputo rappresentare sulla scena con tanta ricchezza di particolari in una delle sue commedie improntate sulla Napoli dei quartieri più popolari. C’era di tutto: farsa, imitazione, recita: ingredienti per rendere lo spettacolo tragicomico. Alle urla dei litiganti, i vicini si affacciavano al balcone
come fossero in un palco, alla Scala di Milano. In un paese assopito nella quotidiana ripetitività, questo “spettacolo” giungeva veramente gradito. La frase di rito, che ricorreva sempre in questi litigi, era invariabilmente la stessa “Cu’ ti pari ca si ? ‘O Pizzo ndi canuscimu!” Bisognava creare motivo di offesa a tutti i costi “‘a palora quandu no’ ng ‘è, hai mu t’‘a presti”. Cioè, quando verso la vicina non c’era niente da eccepire, allora bisognava inventare cose per farla apparire sotto una cattiva luce. Nella lite non venivano risparmiati nemmeno i morti, così lontani nella generazione, nel tempo, che al cimitero non si sarebbe più trovata, forse, nemmeno traccia. Alla fine, dopo tanti sfoghi, le cose si calmavano e il sipario si chiudeva, cosicché tutto ritornava alla normalità: la radio, momentaneamente spenta, riprendeva a suonare le ultime note della canzone più in voga che si spandevano, echeggiando per tutto il vicolo; i bambini tornavano a giocare, i “tunnaroti” tornavano alle loro case con in mano”‘a mola”, il pesce-luna, dopo una giornata trascorsa sul mare. A questo punto, per loro, le mogli avevano già preparato fuori dalla porta, proprio in mezzo alla strada,”‘u vacìli”, il lavamani e il sapone. Gli uomini, a torso nudo e con l’asciugamano sul collo, a mo’ di sciarpa, si lavavano spesso anche d’inverno con acqua fredda. Doccia e lavaggio, come abbiamo descritto sopra, avvenivano in mezzo alla strada che era, spettatrice di tutte queste vicende umane. La fontana “d’ u vicu” era il luogo dove le donne si recavano ad attingere acqua. Non in tutte le case c’era l’acqua corrente e oltre a lavare i panni, alla fontanina pubblica, si spettegolava di tutto e di tutti con un linguaggio allusivo, ricco di doppi sensi. Non era raro vedere anche la donna che con il pettine, largo o stretto, si pettinava la lunga chioma fuori dall’uscio. I bambini si rinconevano per i vicoli, salivano, scendevano, sembravano tante formiche impazzite intorno ad una colata di zucchero. Nulla avveniva in silenzio; gli avvenimenti importanti, le cose di ogni giorno, arrivi e partenze, richiedevano coralità e partecipazione. Era luogo di controllo per chi passava, partiva o arrivava. La domanda per queste persone era sempre la stessa: “Addùvi jàti?”, dove andate?. Domanda che spesso non prevedeva necessariamente risposta, soprattutto risposta precisa. Sostituiva il saluto, funzionava, anzi, come tale e si poteva rispondere in modo del tutto vago, “vàju ‘a ‘na vanda”, “pe’ supra”, “pe’ sutta”, “ccà vicinu”. Vado da qualche parte, per sopra, per sotto, qua vicino. La stessa domanda veniva rivolta ai forestieri: “Chi bboliti ?“, “A cu’ cercati ?“,. Cosa volete’, Chi cercate?. Ottenuto il nome e cognome della persona desiderata, non bastava per dare l’informazione poiché bisognava aggiungere il soprannome, qui, da noi, più noto del cognome. Nulla poteva succedere, che non fosse notato o detto. Quando il buio copriva”‘i vichi” e la tramontana, con il suo freddo pungente teneva in una morsa i paesi della marina, racchiusi nel golfo di S. Eufemia, si sentivano scoppiettare le scintille “‘i spìsij” del braciere, mentre l’odore delle bucce di mandarino, di limone o di mela si spandevano spezzando l’aria dolciastra dell’umido trasudante dalla via e dai muri delle case. Quando i carboni si erano consumati ognuno si ritirava dentro casa augurando a tutti i vicini “‘na bona nottata”. La famiglia, a questo punto, si sedeva intorno al fuoco, lavorava, raccontava, ricordava, commentava. Oggi, questo, non avviene più poiché la televisione cattura il nostro interesse spezzando la comunicazione. Quando le tenebre, con il loro mantello nero, coprivano “‘i vichi”, un altro mondo fatto di mistero, magia, di spiriti vaganti e senza pace, di “papàmbini”, di lupi mannari, si appropriava di quelle strade. I vichi sono oggi desolati, in totale abbandono. Li abbiamo voluti ricordare per far capire ai giovani com’era articolata la società di allora, diversa da quella di oggi per molti aspetti. In quella, si parlava un linguaggio diverso, la gente si accontentava del solo pane quotidiano e la chiave di casa era nascosta dietro la porta, gioie e dolori venivano divisi con altri. Fuga dal mondo? No! Solo tanta voglia di ritrovare nella memoria la propria identità.

Nicola
said:
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Grande pezzo di cultura popolare! Complimenti! Ciao a tutti, volevo davvero farmi i complimenti! Nicola, pizzitano in Svizzera! |
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Leonardo
said:
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Che bella cosa rileggere il dialetto Mi sembra di rivivere la vista sulla Seggiola, che bei tempi ... Ciao |
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