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La verita' su Piedigrotta

 

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Che fine hanno fatto i gioielli di Murat?
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Domenica 8 ottobre 1815, due navi, salpate dal porto di Aiaccio il 28 settembre, apparvero allargo delle coste di Pizzo Calabro. «La prima si distingueva essere una piccola Cannoniera, cosiddetta Scorritoja, la seconda mercantile, che giusta la sua costruzione, i nostri marini, chiamano Bovetto» Venti uomini sbarcarono sulla spiaggia della cittadina calabrese: «Osservavasi inoltre uno tra quelli, che al maestoso andamento, all’imponenza del personale, ai distintivi dell’uniforme, al cappello bordato, adorno di magnifica coccarda tricolore tapezzata di grossi e splendidi brillanti, alla lunga spatangia, e due pistole accroccate al cintorino, davano perciò tali particolarità a significare, che costui dovea esserne il capo . Egli era il Re Gioacchino Murat». Il piccolo gruppo di militari riuscì, senza trovare ostacoli, ad arrivare fino alla piazza ma, non appena l’ex sovrano fu riconosciuto, gran parte della popolazione, timorosa di quanto avrebbe potuto accadere, si chiuse in casa. Fu certamente questo atteggiamento ostile a far decidere Murat di raggiungere Monteleone ma, fermato lungo la strada dal capitano della gendanneria borbonica di Cosenza, Gregorio Trentacapilli, «il quale a caso e di passaggio trovavasi al Pizzo», fu costretto a parlamentare. Però, il generale Franceschetti, adirato per le parole insolenti rivolte all’ex re di Napoli, puntò una pistola alla gola dell’ufficiale borbonico e in quel mentre, alcuni popolani che avevano assistito alla scena dall’alto della strada, cominciarono a sparare. Numerose fonti testimoniano questa tumultuosa reazione spiegabile, probabilmente, con la politica murattiana che aveva danneggiato non pochi interessi legati al traffico marittimo, al contrabbando ed alla franchigia del sale, e con la repressione, affidata al generale Manhès, del brigantaggio antifrancese. «Allo istante, da ogni punto della Città si osservava uscire gente armata, chi da fucile, chi da carabina, chi da pistola, sciabole, cangiarra, scure, stile, alcuni con lunghe pertiche, altri con nodosi bastoni, e finalmente molti non avendosi potuto al momento procurare un’arma qualunque, chi il crederia! tenevano sospeso fra le mani un sasso, per scagliarglielo adosso». Fu in queste drammatiche circostanze che Murat, aperta una borsa colma d’oro e di preziosi, lanciò numerosi gioielli verso la popolazione inferocita, per solleticarne la cupidigia, nel tentativo di facilitare la fuga e garantire la propria salvezza. Durante la corsa verso la riva del mare gli avvenimenti precipitarono: venne ucciso da una fucilata il capitano Pernice e gli speroni di Murat rimasero impigliati nelle reti di alcuni pescatori. Liberatosi, cercò di spingere in mare una piccola barca per raggiungere la «scorritoja» comandata dal capitano maltese Vincenzo Barbarà, che nel frattempo si stava dando alla fuga: in quel momento venne bloccato dalle robuste braccia di un marinaio, tal Girolamo Ventura. Il canonico di Pizzo, Tommaso Antonio Masdea, ultimo confessore di Murat, descrisse così quei momenti: «Fischi, sputi in faccia, strapp.to di capelli, di barba e di mustaccio, colpi di fucile, bastoni, schiaffi, anche di donicciole, e ridotto in modo che la pietà di gente pulita accorse per ricoprirlo con nuove vesti e tele perché lasciato lacero e mezzo ignudo. Non furono risparmiati in tale incontro 18 brillanti che guarnivano il suo cappello, strappatili da un fabbro che poi restarono al cap.no Trentacapilli per dono»6. Ed ancora: «. . . fu costretto a chinare quella fronte, alli di cui piedi anche li Mammalucchi, i Principi più lontani e potenti si prostrarono, e postosi pancia a terra all’arrimbam.to che fece la tumultuante plebe alla barchetta, che lo sosteneva, cercare per carità genuflesso ad un pescatore la vita, a cui pose nel dito il prezioso anello della regina Amalia di Spagna. Nè sdegnò nella stessa abjetta positura colle lacrime agli occhi, cercare per pietà ad un molinaro la vita che pure pagò coll’oro della sua borza, che teneva in saccoccia» . Altre fonti, tra cui il Gamier, riportano lo stesso particolare: «Basta, basta! — grida — Sono vostro prigioniero. Vi converrà di più consegnarmi vivo al Re invece che morto. Poi getta una borsa d’oro ad un mugnaio che gli si accanisce contro». Sono queste le prime testimonianze della presenza, durante lo sbarco di Pizzo, di oro e preziosi. In un racconto del Colonna d’ornano, invece, datato 21 maggio 1816, pubblicato da Angela Valente, si fa menzioue di alcuni gioielli che Murat «pegnorò» in Corsica per avere i 90.000 franchi necessari alla spedizione . Alla luce di questa notizia è certamente da prendere in considerazione una delle ipotesi formulata dal Peronaci’°, il primo a svolgere un’indagine storica sugli ori che Murat portò con sè in Calabria: a Napoli, la sera del 18 maggio 1815, in quello che fu l’ultimo incontro con la moglie in partenza precipitosa per Trieste, nel tentativo di salvare gli effetti personali e il danaro liquido, Gioacchino Murat prese tutto ciò che di valore riuscì a trovare, compresi i gioielli di famiglia, per ricordo o per bisogno. E dunque, sbarcato a Pizzo per riconquistare il Regno, portò con sè i preziosi, che dovette però, in parte, abbandonare durante il tentativo di linciaggio da parte della popolazione. Si ha, finora, notizia di diciotto (ma erano in realtà ventidue) brillanti che guarnivano il cappello dell’ex re di Napoli, finiti in mano del capitano Trentacapilli «per dono», dell’anello della regina Amalia di Spagna, messo da Murat al dito di un pescatore in cambio della vita, e di ori diversi, non meglio identificati, lasciati in balìa della popolazione inferocita. Dopo quei concitati momenti, l’ex re «Pallido il volto, simile a colui che da veramente ed intenza Itterizia è assalito. Rabbuffati i capelli, ed una addensita saliva ai laterali della bocca, che spesso apriva per affanno»” fu condotto al castello di Pizzo. I suoi vestiti erano a brandelli: «gli mancava mezzo uniforme, che col tirar dall’una e altra parte, nel momento della confusione, gli fu lacerato». Infatti «il furore dei cittadini era irreparabile, chi li tirava una sassata, chi li levava il cappello e lo calpestava, chi li lacerava la giamberga, chi li strappava la dragona» . Tuttavia, al suo arrivo nel castello, Murat, sebbene pesto e lacero, riuscì a preservare alcuni effetti personali. Un popolano, Pasquale Greco, che aveva cercato di placare la furia dei suoi concittadini, disse, infatti, deponendo al processo che «egli aveva ottenuto che gli oggetti e le armi le quali erano indosso al sovrano gli fossero lasciati, e che solo in prigione il Re venne spogliato di tutto». Ed ancora, una testimonianza di Girolamo Mattei, «Comandante Militare la Piazza e il Circondano di Pizzo», conferma che Murat portò con sè alcune cose: «Abbiamo ordinato ad un nostro uffiziale di miscitare gli arrestati, ed essendosi principiato da Murat gli si trovarono addosso alcune carte ed un indirizzo di brillanti di sommo valore che capricciosissimamente pigliosi il capitano Trentacapilli» . Oltre, dunque, ai ventidue brillanti «grossi come ceci»’ al passaporto austriaco firmato da Metternich e ad una fede di credito, furono trovate molte altre carte che il Trentacapilli spedì a Napoli facendone ventidue pacchetti. Ma il Generale Vito Nunziante, comandante della quinta divisione territoriale delle Calabrie, giunto nel frattempo a Pizzo insieme al sottotenente Pasquale Bottazzi, affermò al riguardo: «Trentacapilli, il meno che aveva avuto parte all’affare ne aveva raccolto i vantaggi con l’acquisto di molte armi, tra le quali la spada e pistola di Murat e altri oggetti». Poche ore piu' tardi il governatore dei beni del duca dell’Infantado, che abitava a pochi passi dal castello di Pizzo, Francisco Alcalà y Cebrian, mandò a Murat abiti nuovi per rivestirsi. Tuttavia non tutti gli effetti personali furono sequestrati agli arrestati. «Al povero prigioniero venne lasciato solo l’orologio con catena e un suggello, appeso alla catena, che consisteva in una corniola rappresentante Carolina Bonaparte, incisione di celebre artista». E infatti, il sottotenente Pasquale Bottazzi, uno degli ufficiali borbonici incaricati di controllare l’ex re di Napoli nei giorni della sua prigionìa, scrisse nelle sue memorie che l’illustre carcerato custodiva nella sua cella un orologio, chiamato nel manoscritto «mostra», per italianizzare il termine francese «montre». L’ufficiale scrisse che quando gli fu data la notizia del giudizio a cui sarebbe stato sottoposto: «Era Murat in pantalone di panno bleau, pianelle, berretta di seta nera in testa, e camicia. All’annunzio datogli gittò a terra la berretta che si tolse da testa dicendo «Ah foudre: Commissione Militare! A me Commissione Militare!» E ancora: «Egli però si diresse verso un altro tavolino, su del quale era una mostra di oro. La prese ne distaccò un suggello, vi fissò gli occhi con trasporto di dolore, indi lo baciò e ritornò a sedere, tenendo nelle mani il suggello che baciava, e ribaciava teneramente, unendo ai baci i sospiri. Commosso io allora mi feci a dirgli che si fosse distratto e che avesse posto da banda quel suggello, che tanto lo affliggeva. Murat allora dette fuori un sospiro e risposemi — lasciarlo! e come lasciarlo! questa è la mia cara; questa è la mia moglie vedetela (presentandone il suggello, al quale era incastrata una pietra, ed in questa inciso il volto di una donna). Mia cara Carolina, miei cari figli — esclamò di nuovo nel riprendersi il suggello, che tornò a baciare »  Tutto ciò accadeva la mattina del 13 ottobre 1815. I giorni di prigionia Murat li aveva trascorsi in compagnia del suo cameriere Armand Blanchard, dei generali Franceschetti e Natali e di alcuni ufficiali borbonici incaricati di sorvegliarlo «non facendo mancare al Prigioniero per anche la conversazione sino a notte avanzata di ogni sera, coll’intervento di uffiziali di ogni grado e Gente Pulita». In quei giorni Murat scrisse diverse lettere, alla moglie, a Ferdinando di Borbone e al generale Nunziante. Alcune di queste lettere furono chiuse con la ceralacca su cui venne impresso il sigillo con l’effige di Carolina di profilo. Se ne conserva un esemplare nel fascio 623, foglio 106, dell’archivio borbone, conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli. È la prova che il «suggello di corniola» esisteva dawero e che Murat io conservava nella sua cella, dove fu scritta la lettera in questione, probabilmente insieme ad un orologio. Ma le fonti storiche, dopo questo primo riscontro, non smettono di fornire dettagli interessanti. Murat aveva rifiutato di comparire davanti alla commissione militare non ritenendola competente: venne quindi giudicato contumace. L’attesa della sentenza fu relativamente breve, ma al prigioniero dovette sembrare lunghissima. Il Bottazzi infatti riferisce: «Prese allora un libro che tenea sul lettino, e lesse per pochi minuti (era uno de’ tomi di Metastasio, e ne leggeva il Temistocle) esclamò poscia chiudendo il libro — Quanto è lunga questa giornata! e quando si disbrigano». Il confessore, il canonico Masdea, attese infatti sette ore la decisione della commissione26. Importante è, al riguardo, la testimonianza del cameriere Armand Blanchard che ci dà notizie precise sulle ultime ore del condannato: «A tre ore gli fu servito un brodo, un piccione disossato, e gli si tagliò il pane in piccoli pezzi. Il re vedendo questo: «quand’anche non fossi certo di morire, eccone ora la prova». Thtto il giorno fu guardato da quattro ufficiali. Dopo che la Commissione si fu ritirata, e fu notificato al re il suo giudizio, il Re domandò della carta per scrivere i suoi addii alla regina ed ai figli, si fece tagliare una ciocca di cappelli ed incaricò il capitano relatore di far pervenire alla regina la lettera, i capelli ed il sigillo del suo orologio, che era il ritratto della regina che il re ha stretto sul suo cuore fino al momento della morte». Ed ancora, nella «Relazione dello sbarco», ovvero «Nota alle potenze straniere», si trova un’altra importante testimonianza: «Si condusse al luogo del tutto intrepido coll’orologio alla mano, ove era il ritratto della moglie, e lo stringeva al petto». Anche Giustino Fortunato riportò la stessa circostanza: «Ricusò di bendarsi e di sedersi. Si situò all’impiedi con un tuono altero innanzi ai soldati che gli dovevano togliera la vita, egli rivolse il fianco sinistro, dove con la mano dritta si applicò al sigillo, tenendo il braccio sinistro disteso: in seguitodisse: “Soldati non mi sbagliate”. Fu eseguito e rimase estinto». Un’altra fonte importante, il Bottazzi, conferma «Nel sortir dalla Porta v’era la piccola piazzetta destinata alla esecuzione, ed a fronte di quella una sedia con dirimpetto i Soldati per la fucilazione. Qui pervenuto Murat si volse alla truppa dicendo “Dove devo essere?” Gli venne additato il luogo: Vi corse, baciò il suggello che non aveva mai lasciato, se lo strinse al petto, rifiutando di essere bendato ‘A voi soldati, esclamò, tirate; non mi mancate però’ la truppa eseguì, e cadde morto all’istante». Le fonti storiche più importanti, dunque, riferiscono di un orologio o di un «sugello» che il re francese stringeva nella mano destra prima di cadere ucciso. Il Peronaci afferma che tra le diverse testimonianze rese sulle ultime ore del condannato ci deve essere stata una confusione sul termine francese «cachet» che può significare «suggello» oppure «cassa dell’orologio» (cachet de la montre), ma anche che il Bottazzi, unico tra le fonti dirette ad essere stato testimone oculare degli ultimi giorni di Murat, distingue tra «sugello» e «mostra». Certamente, allora, i gioielli devono essere stati entrambi sul tavolo della cella di Pizzo ed entrambi recavano l’effige di Carolina Bonaparte. Questi preziosi avevano resistito dunque, al tentativo di linciaggio di domenica 8 ottobre e alla perquisizione effettuata nel castello, oppure furono recuperati dal generale Nunziante dalle mani del Trentacapilli? Sappiamo infatti che la Commissione militare chiese di punire il Trentacapilli perchè «raccolse senza trasmetterle a lui Generale Nunziante, come subito doveva, molte carte che potevano essere interessanti al pubblico ordine, armi e gioie, specialmente ventidue brillanti di gran valore». C’erano quindi, certamente, altre «gioie» oltre ai brillanti. Ma a questo proposito nessuna fonte ci viene in aiuto. Thttavia è importante aver appurato che queste «gioie» esistevano realmente. Ma dove andarono a finire? Una notizia riportata da Gasparri e Capialbi nel 1894, purtroppo senza citame la fonte: «L’orologio del Re venne rubato, e dal ladro venduto ad un signore del Pizzo» risulta al riguardo illuminante. Assume, a questo punto, particolare rilevanza la figura di un ufficiale murattiano, il tenente Giuseppe Farao (22-12-1773 + 11-12-1829), a cui il generale Manh aveva affidato il «comando del golfo di Eufemia con tutti i poteri dell’alta polizia», come peraltro dimostra il biglietto da visita con il quale si fece ritrarre. Il Peronaci afferma che l’ufficiale murattiano, da «solerte poliziotto», si diede da fare, dopo la fucilazione, per recuperare alcuni dei preziosi finiti nelle mani dei popolani di Pizzo o comunque rubati. Fu il Farao, infatti, a comprare dal ladro l’orologio e a trovare i gioielli perduti. Certamente bisogna tener conto che nella famiglia Farao si tramanda da 180 anni, di padre in figlio, che gli ori antichi custoditi nella loro casa appartennero a Gioacchino Murat e che furono recuperati da un loro antenato, di cui conservano il ritratto ad olio, dopo i tragici fatti dell’ottobre 1815. L’intento di Farao era, probabilmente, quello di riconsegnarli alla regina Carolina per dimostrarle ulteriormente la propria fedeltà. Buona intenzione che restò tale: i gioielli, infatti, rimasero per diverse generazioni di proprietà della famiglia Farao, custoditi come reliquie: si pensi che in una tabacchiera d’oro, cesellata e smaltata, è ancora oggi, contenuto il tabacco da fiuto ripostovi da Murat nel 1815. Così come, conservata nell’astuccio originale, è ancora laparure composta dagli orecchini sui quali sono scolpiti i profili di Marte e Venere, e da un colier con due pendenti su uno dei quali risaltano, sovrapposti e riconoscibili, i profili di Gioacchino e Carolina e sull’altro una testa di Giove. L’orologio guarnito di brillanti, reca sul verso il ritratto di Carolina Bonaparte e sul quadrante la firma dall’orafo Abraham Colomby. Poteva essere caricato solo per mezzo della minuscola chiave legata al sigillo privato della regina che è composto da due grossi topazi montati in un castone d’oro lavorato a granulazione, sui quali sono incise le scritte «Sans epine» e «Mon bien aimè», quest’ultima sormontata dalla lettera maiuscola «C», iniziale di Carolina. Di questi gioielli solo uno viene menzionato dalle fonti, l’orologio, a cui secondo le descrizioni era legato il sigillo con il profilo della regina. Probabilmente l’orologio possedeva in origine una catena o una chateleine (cfr. l’intervento di Dora Liscia Bemporad) a cui era legato il «sugello» di cui abbiamo notizie certe, ma forse anche l’altro, sopra descritto, che fungeva da chiavetta di carica. Tra gli oggetti calabresi è certamente l’orologio a rivelare le informazioni più interessanti. Da un’indagine , compiuta dai proprietari nel 1960, risulta che l’orafo Abraham Colomby aveva una bottega in rue de la Paix, a Parigi e che forniva la casa imperiale. Nella stessa strada ha sede oggi l’antica oreficeria Meller, che in una pagina del libro dei clienti dell’anno 1806, gentilmente inviata in fotocopia, annovera diversi acquisti in gioielli di «SAI. et R. la princesse Murat»., tra cui «un collier et boucles d’oreilles» e «2 cachet anglais». È molto probabile, quindi che i preziosi conservati in Calabria siano stati acquistati da Carolina Bonaparte nello stesso negozio. Altro indizio importante è la perfetta corrispondenza iconografica della testa di Murat, riprodotta sul pendente del collier, con le sue raffigurazioni ufficiali. Basti, a tal proposito, confrontarla con quella realizzata in pasta vitrea sul medaglione d’argento conservato nel Museo Napoleonico di Roma, che la regina Carolina portava al collo, dopo la fucilazione del marito, come gioiello sentimentale, poiché conteneva la ciocca di capelli che Murat si fece tagliare durante l’ultimo giorno di prigionìa, oppure con i più famosi ed encomiastici ritratti di Gerard e di Gros. Certamente, come si può notare, nel collier calabrese i due profili, a causa dell’accostamento con gli dei greci presenti sugli orecchini e sul secondo pendente, presentano tratti eroicizzati intenzionalmente celebrativi dell’antichità classica, secondo la moda dell’epoca, tuttavia le caratteristiche somatiche dei due personaggi sono state realmente rispettate. In effetti qualche incongruenza tra l’iconografia murattiana francese, a cui appartiene il profilo sul pendente del collier, e quella italiana, c’è. Probabilmente a causa dei lunghi baffi, i ritratti di Murat conservati nel palazzo reale di Caserta, realizzati a Napoli durante gli anni di regno dei napoleonidi, presentano una fisionomia diversa da quella riprodotta dai più raffinati e chic ritrattisti francesi, che erano fedeli alle parole dette da Napoleone a David: «Non è l’esattezza dei tratti, un piccolo neo sul naso che fa la somiglianza. È il carattere della fisionomia, ciò che la anima che bisogna dipingere». Sembra, pertanto plausibile che al contrario dei francesi, gli italiani siano stati più aderenti alla realtà. Anche i ritratti della regina Carolina, a dire il vero, presentano tra loro alcune diversità nelle caratteristiche somatiche. Si pensi a quello dipinto dal francese Wicar, conservato a Perugia nella Galleria Nazionale dell’umbria e a quello dipinto da Giuseppe Cammarano, conservato nel Museo Napoleonico di Roma. La miniatura raffigurante Carolina dipinta sul «chachet de la montre» conservata in Calabria, presenta tratti somatici da fanciulla, in quanto fu realizzata alla fine del XVIII secolo, poco prima del suo matrimonio con Murat. I ritratti ufficiali che resero famosa la sua fisionomia, dipinti da Elisabeth Vigèe-Lebrun (Museè Nationale du Chateau de Versailles) o da Gerard (Museè de la Malmaison, Parigi), ci mostrano una giovane donna già investita di responsabilità di corte: i magnifici gioielli con cui si faceva ritrarre danno un’idea dello sfarzo di cui si circondavano i personaggi legati alla casa imperiale. Avevano tuttavia grande importanza per i napoleonidi anche i piccoli oggetti su cui far riprodurre a smalto la propria immagine, specie le scatoline e le tabacchiere. Le casse degli orologi, da uomo o dadonna. avevano dunque la stessa funzione e la «mostra» conservata in Calabria risulta essere un bel esemplare del gusto dell’epoca. Purtroppo non è stato possibile rintracciare un altro orologio, presumibilmente appartenuto a Murat, che sarebbe stato fondamentale per il confronto con gli altri pezzi descritti. Se ne ha notizia per merito del Peronaci : la sua lunga relazione riguardante l’indagine sui gioielli calabresi infatti, sebbene eccessivamente intessuta di supposizionì, è stata condotta con un’ottìma analisi delle fonti. Durante la sua paziente ricerca di notizie trovò un articolo pubblicato nel 1932 su «Il Giornale d’Italia», dal titolo «L’orologio di Murat». L'autore aveva visto presso una famiglia di Spìlìnga, ma originaria di Pizzo, un orologio appartenuto a Gioacchirio Murat. «Era un bello e pesante cronometro a ripetizione a triplice cassa di oro purissimo, come si rilevava dal colore. Sulla calotta, posteriore, convessa, si vedevano i resti di una miniatura a smalto, rappresentante una donna, come rivelavano un pezzo della fronte e il capo coperto di folta capellatura elegantemente e sfarzosamente conciata, seconda la moda del tempo. e la parte inferiore della veste, ampia e rotonda, col crinolino, orlata di merletto». Anche i proprietari di quest’oggetto fecero ricerche a Parigi. per mezzo di un francese che viveva nel loro paese, un certo Saulnier. Purtroppo però i tagli redazìonali dell’articolo ci hanno privato di notizie fondamentali in merito al nome dell’orafo che lo eseguì e alla sua bottega. Ma il racconto prosegue: «Il Saulnier mi disse che conosceva bene la via indicata con la incisione di cui sopra, e ch’era uno dei più eleganti boulevard della capitale, ma che non aveva mai visto il nome dell’orafo indicato». La risposta, da Parigi, non si fece attendere: «diceva che dai registri municipali, risultava che, non un orefice, ma un rinomato e ricco gioielliere, rispondente al nome inciso sulla controcassa dell’orologio in parola, aveva per tanti anni tenuto bottega nella via indicata, e che era stato fornitore della Casa Imperiale». Le ricerche di questo orologio hanno dato esito infruttuoso, e per quanto siano state fatte più volte richieste ai presunti proprietari non è stato possibile vederlo. Di recente si è avuta notizia di altri oggetti di oreficeria, presumibilmente appartenuti a Gioacchino Murat, che si troverebbero in provincia di Cosenza. Ma anche in questo caso non è stato possibile appurare la verità. È comunque probabile che la borsa piena d’oro che lo sfortunato re «teneva in saccoccia» contenesse diversi oggetti che furono successivamente divisi o ereditati da famiglie oriunde di Pizzo e, quindi ancora oggi, non è strano imbattersi, in Calabria, in oggetti di questo tipo.
 
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