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“Di vènnari e di marti non si spusa e non si parti “. Quindi, i giorni stabiliti per le nozze erano il Sabato e la Domenica. Quanto ai mesi, maggio era escluso perché dedicato alla Madonna ma anche perché nello stesso mese “ràgghjanu i ciucci”, cioè ragliano gli asini. Novembre, dedicato ai defunti, non incoraggiava alla letizia che ogni matrimonio procura. Anche la Quaresima era «tempo proibito» per i matrimoni, come prescriveva la chiesa. Il vestito bianco, simbolo di purezza e di candore, veniva confezionato “d’‘a maistra” (dalla sarta). Se facciamo un salto indietro nel tempo e ci portiamo ai primi anni del secolo, vediamo che il vestito della sposa aveva caratteristiche diverse dalle attuali: le foto, ancora conservate, lo testimoniano. Il vestito del tempo. confezionato con stoffa damascata e sobriamente colorata, era guarnito di trine e merletti nel colletto, sul corpetto e sulla gonna plissettata che lambiva i talloni. Il corteo, pittoresco e pomposo, somigliante a una vera e propria processione, partiva a piedi dalla casa della sposa per recarsi alla chiesa. Questa, come voleva la tradizione, veniva portata a braccetto dal padre che, se mancava, veniva sostituito dal fratello maggiore. Lo sposo, invece, veniva accompagnato dalla madre. Gli sposi nel corteo erano seguiti dalla prima “spalla”: parenti molto stretti, cognati di lei o di lui, i quali, per tradizione, dovevano essere i più eleganti ed appariscenti. La prima del corteo portava solitamente, sopra un vestito nero lucido, una pelliccia di volpe con tanto di muso, occhi di vetro e una lunga coda ed era carica di gioielli; completava il tutto con la borsetta ed i guanti. Lui era delegato ad indossare il classico vestito nero e la camicia bianca. Dietro la prima spalla seguiva la seconda: sempre parenti, ma meno stretti; via via la terza e la quarta che, alla fine, potevano essere anche solo amici molto intimi.

I vicini di casa, pronti con vassoi pieni di confetti, petali di fiori e qualche soldino, all’apparire degli sposi glieli lanciavano addosso,per augurare loro felicità e prosperità, creando nei ragazzi “un’acchjappa acchjappa” cioè confusione, spintoni, litigi, poiché i soldini, maledettamente, spesso finivano nelle fessure dei basalti o sotto le gonne delle signore, lasciandoli a bocca asciutta e con le ginocchia sbucciate. Ma, non del tutto, poiché in seguito venivano ricompensati con “pastetti” (biscotti) e vermut bianco. Poi la scena continuava ed i familiari non mancavano di ricambiare la cortesia e l’affetto di coloro che avevano lanciato fiori e confetti con ampi sorrisi, mentre il padre della sposa lanciava “pugni e manati” di confetti dentro i negozi o sui balconi, facendo tremare vetri e specchi. E’ bene ricordare a questo punto una
particolarità: i confetti dell’anteguerra non avevano la composizione attuale, cioè grossi, dolcissimi e con la mandorla pelata, bensì erano lunghi circa tre centimetri, con dentro un sottile pezzetto di cannella e ricoperti da una patina dura di zucchero, comunemente chiamati “cumbetti ‘a canne ilinu”. Le signore invitate al matrimonio bando all’estetica, si “ndoravano” per quel giorno come Madonne in processione: oro bianco misto al giallo, orecchini di topazio, anelli con rubino.
In quell’occasione si svuotava “‘a tafarèja”, il piccolo cestino dove comunemente, in ogni famiglia, veniva custodito l’oro. La festa, fino agli anni cinquanta, si faceva in casa e le sedie venivano poggiate al muro intorno alla stanza più larga per lasciare lo spazio libero per il ballo. In grandi vassoi detti “spasi” venivano serviti i dolci fatti in casa o comprati: amaretti, paste reali con il chiodino di garofano, dolci con pasta di mandorle, mentre in piccoli bicchierini (“bicchereji”) veniva offerto il rosolio, liquore dolce a bassa gradazione fatto con essenze. Ricordiamo la prunella, al sapore di prugne, il mandarinetto, la strega, l’anisetta, la menta, goccia d’oro, (perché di colore giallo), Mille Fiori Cucchi con l’alberello e lo zucchero indurito per dare l’idea della neve dentro la bottiglia, evocava montagne innevate e serviva a dare calore, vigore, fare sentire più in forma. Il vassoio con i dolci, finito di fare il giro di tutti gli invitati, veniva posto sopra il mobile più alto, lontano dai bambini o dai troppo golosi. Per educazione, per riservatezza, si prendeva dal vassoio uno, al massimo, due dolcetti, ma quando il cameriere, per un attimo, si distraeva molti allungavano la mano di nascosto e si riempivano le borsette. La famiglia che aveva più possibilità economica offriva anche
‘i pezzi duri” gelati a pezzi con gusti diversi, cassate siciliane, sorbetti, granite; oppure, panini imbottiti e accompagnati con birra sostituivano il pranzo di oggi, offerto al ristorante.
Anticamente si faceva “‘a tavulata”, tra familiari e parenti; pranzo che solitamente era a base di pasta “zzita pezzijàta” con ragù, salsicce e “pizzateji ‘i nunnata”.
Tutto ovviamente preparato in casa. Tutti possedevano la radio-bar, magari non avevano l’indispensabile per mangiare, ma per esorcizzare miseria, patimenti, tristezze, la musica doveva esserci e serviva a distrarre, allontanava dalla realtà quotidiana non certo rosea. Si era usciti da poco dalla guerra per cui la musica, effusa dalla radio, aiutava a dimenticare. I balli della festa erano quelli in voga in quel periodo: polca, samba, valzer, tango, mazurca, mentre le canzoni erano quelle melodiose di Claudio Villa che faceva sognare ad occhi aperti, e quelli di Beniamino Gigli che strappava lacrime a fiumi.
I regali erano servizi di bicchieri, posate, tazze da caffè o thè; ma il più gradito era “‘a busta”, cioè un’offerta in denaro racchiusa in una busta da lettera. L’ansia di aprire le buste era tale che questo rito si consumava molto prima “degli altri”.
Alla fine della festa non mancavano allusioni, risate, frasi a doppio senso. Finalmente gli sposi restavano soli per la prima volta. Facile immaginare l’impaccio di due persone che si trovano in una situazione intima, alla quale sono arrivati da quasi perfetti estranei!
Al mattino seguente giungevano in casa degli sposi le rispettive suocere con il pretesto di portare il caffè o aggiustare il letto, ma in effetti cercavano di ricavare dall’umore dei due gli auspici per una vita coniugale pienamente felice. Lo sguardo penetrante della suocera avrebbe accertato dal comportamento del figlio quanto più le stava a cuore: la verginità della sposa.

 

 

 
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