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Il rito funebre a Pizzo fu sempre particolarmente sentito ed il rispetto ed il sentimento di sacralità per i defunti resta vivissimo anche oggi, pur se molte forme del rituale sono cambiate e le manifestazioni esterne non sono più quelle esasperate di un tempo. Don! Don!: “E’‘u mortoru”. Al rintocco cupo delle campane che suonano a lutto, da finestre, balconi e strade fa eco come un celere tam-tam, il duetto di domanda-risposta: “Cu’ morìu?...”. -‘‘Morìu Mastru Cicciu ‘u cecatu ! “- -“Ca, malatu era? Povarèju”, “c’ajèri ‘u vitti!” Il lutto colpiva tutti i parenti, amici e conoscenti del defunto, coinvolgendo le famiglie del quartiere e l’intera popolazione se l’estinto era stato personaggio conosciuto per importanza sociale e civile nella comunità, oppure se la morte aveva stroncato qualcuno in giovane età, o a causa di malattia o per una disgrazia sul lavoro. Durante la veglia funebre si piangeva, ma anche si parlava e si raccontava; soprattutto, si ricordava. Si evocavano altre perso-ne scomparse in analoghe situazioni e si narravano episodi della loro vita, aneddoti tristi, ma spesso anche allegri; si raccontavano sogni, si parlava dei morti, dei loro ritorni nelle case, nei luoghi frequentati; si mettevano in comune, memorie, paure, esperienze: tutte tecniche di difesa, espressioni di solidarietà. Era cura delle donne lavare e vestire il cadavere, preparare la casa per il lutto, vegliare il feretro e recitare il rosario. In queste circostanze si verificavano e si rinsaldavano, con parenti e vicini, alleanze e rapporti. Durante la veglia funebre si lasciava la porta socchiusa per consentire alle “anime dei defunti” di visitare l’estinto, com’era credenza. Lungo il percorso del corteo funebre ed in chiesa, a tratti si sentiva ‘forijàri”“‘u rèpitu”, dal latino repito (rievoco), pianto misto alle lodi, che “i ciangiulìni” (le mestieranti prèfiche) ,dietro compenso, facevano sentire con acuti lamenti, grida laceranti e strazianti, strappandosi anche i capelli e graffiandosi il viso con le unghie, fino a farlo sanguinare. L’usanza antichissima di Pizzo di tutti i suoi oggetti più cari. Per più giorni non s’accendeva il fuoco in casa e non si cucinava. I parenti e gli amici intimi, a turno, portavano nei tre giorni del lutto “u cùnzulu”, cioè un pranzo di consolazione per rifocillare le forze abbattute delle persone di famiglia. E’ il tradizionale banchetto funebre dei greci e dei latini (epulum funebre).
Gli uomini non si radevano la barba per quaranta giorni; questi portavano il cappello abbassato sugli occhi e camminavano col bavero alzato e la cravatta nera, oppure, portavano una piccola striscia di stoffa nera appuntata sul collo della giacca o sul braccio, come fascia. Le vedove portavano il lutto per anni e, dal momento che moriva qualcuno della famiglia per la donna sposata, il nero finiva col diventare l’unico colore che avrebbe indossato per tutta la vita. Il lutto era portato così stretto che le donne coprivano di stoffa nera perfino gli orecchini. Il capo veniva avvolto da uno scialle nero di pizzo traforato, “u capurru”. Se, poi, il lutto era molto stretto, (morte di figli o mariti) si usava indossare “‘u crespu”, velo non traforato, calato sugli occhi. Veniva sospesa per più giorni l’attività lavorativa di familiari e parenti stretti. I drappi più appariscenti, le coperte di seta, ricami vistosi, gli abbigliamenti, venivano rinchiusi in capaci bauli ed ivi restavano celati per anni. Sarebbe stato grosso scandalo usare quegli inutili ornamenti! Ornamento e colore dovevano scomparire per sempre! D’altronde, sarebbero stati inutili sotto un costume che mostrava della donna appena il viso. La cassa, generalmente gallonata d’oro, si poneva, col trapassato, su due piedistalli addobbati con damaschi di seta scura. Il cadavere veniva posto con i piedi rivolti verso la porta come ai tempi di Omero, ad indicare colui che deve uscire di casa per intraprendere un viaggio. Ai lati del tavolino erano fatte ardere delle candele. Finito di preparare il cataletto “‘a castellana”, si procedeva alla divisione delle due stanze: la camera ardente, che ovviamente conteneva il cataletto, e la camera “d’‘i visiti” (delle visite) dove venivano ricevuti solamente gli uomini. Questa usanza di ricevere le visite separate è spiegabilissima, se si studia attentamente il processo storico dei costumi con particolare riguardo ai periodi delle scorrerie saracene. La camera “d’‘i visiti” era disadorna: appena un tavolo, al centro, destinato a contenere “cafè “, camumtja e ciculata” (caffè, camomilla e cioccolata) che parenti ed amici, durante la giornata, mandavano alla famiglia del defunto. La porta di casa veniva coperta con una striscia obliqua di stoffa nera che non si toglieva, ma che doveva sdrucirsi da sé, col tempo, e cadere a brandelli per far comprendere che il dolore si consuma col tempo, a poco a poco. Una scena terrificante e quasi selvaggia accadeva al momento in cui la bara veniva presa per essere portata fuori: i parenti del morto si buttavano su di essa ed anche per terra onde impedirne l’uscita e a nulla servivano gli sforzi delle altre donne; doveva intervenire qualche persona autorevole e rispettabile, come il parroco, per farli desistere dalla decisione di ostacolare strapparsi i capelli è un’imitazione mutuata dalle tragedie greche o dai personaggi dell’Iliade. Si ricorda, infatti, che anche Achille si recise i capelli e li mise in mano a Patroclo morto; anche Alessandro fece lo stesso con Efestione. Leggiamo in Virgilio la morte di Pallante e la descrizione del lutto: Scapigliate e meste Le donne d’Ilio, sì com’era usanza, gli piangevano intorno: e non fu prima Enea comparso, che le strida e i pianti si rinnovaro. Il batter de le mani, il suon dè petti, e dell’albergo, i mùgghi n ‘andar fino a le stelle. Certo che fin dai tempi antichissimi le donne erano quelle che più degli altri piangevano sul corpo del defunto, mentre gli uomini, ai quali disdice farsi vincere dal dolore, si chiudevano in doloroso mutismo. Di notevole importanza è il suono delle campane. Sarebbe una sventura se il morto si dovesse accompagnare all’ultima dimora senza il suono di campane, come avveniva per coloro che morivano senza confessione, oppure per cause violente (omicidio-suicidio). Si ritiene che il suono delle campane sia una forma di espiazione, tanto più efficace quanto più intenso è il loro suono. Anche questa delle campane è un’usanza antichissima. Difatti, presso i greci, si battevano con forza alcuni vasi di rame per annunciare la morte di una persona. Accanto al ritratto del defunto veniva posto un bicchiere d’acqua e un lumicino “a lamba” e una fetta di pane per quaranta giorni, perché si pensava che il morto abbandonasse il sepolcro e si presentasse in casa per soddisfare la fame e l’ardente sete. Secondo vecchie credenze i morti avevano bisogno d’acqua per compiere l’ultimo viaggio. Il Dorsa scrive che tali usanze vanno considerate come riflesso della religione greco-romana, quando questa insegnava che le ombre erano condotte da Mercurio e date in consegna a Caronte, il vegliardo nocchiero che se ne stava sulla riva dell’Acheronte. Le giovinette o le zitelle venivano vestite di bianco. Se, poi, si trattava di un bambino, si procurava di vestirlo come un angioletto, ricoperto da un velo bianco, su cui erano sparsi tanti confetti, anch’essi di colore bianco. Le donne anziane venivano vestite di nero, vestito che quasi sempre avevano già pronto e conservato nel tiretto, lontano da occhi indiscreti. Agli uomini veniva fatto indossare il vestito nero o di colore scuro “‘u custumi”, a volte del matrimonio con camicia bianca e guanti attorno ai quali si attorcigliava la coroncina del rosario. Se l’uomo sapeva leggere e scrivere, gli si metteva la penna nel taschino della giacca e per gli artigiani gli attrezzi del mestiere. Sotto il cuscino (di foglie d’ arancio) venivano deposti la rimozione della salma. Tale scena equivaleva alla lotta degli affetti contro la violenza della morte, secondo il concetto antico. Segno di maggiore attenzione al defunto, come gia detto, era l’uso della lampada ad olio”‘a lamba” sul tavolino accanto al ritratto dello scomparso. La fioca luce che questa lampada emanava di notte, unita al tremolio della fiamma, creava uno spettacolo irreale (affascinante e terrificante per i bambini), effetto per il quale vita e morte, realtà e sogno sembrano convivere misteriosamente. Anche se nella vita di tutti i giorni, come sempre, non mancano pettegolezzi, gelosie e dispetti, i Pizzitani sentono la morte come un momento di unione: Così, dalla morte, altrettanto misteriosamente, nasce la solidarietà tra gli uomini. |