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Navi militari la possibile causa della sciagura del Moby Prince PDF Print E-mail

 

Le indagini sulla tragedia del “Moby Prince” potrebbero essere ad un punto di svolta. A distanza di diciassette anni nuovi elementi potrebbero chiarire i contorni di un vicenda che ha causato la morte di 140 persone. Secondo il legale di parte civile, l’avvocato Carlo Palermo, diverse navi militari si trovavano sulla rotta del Moby Prince al momento della sciagura, avvenuta il 10 aprile 1990. Il traghetto, in navigazione sulla rotta Livorno-Olbia, entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, poco dopo essere uscito dal porto di Livorno, con un conseguente incendio che bruciò vive 140 persone. Il difensore di parte civile ha denunciato come nel corso delle indagini diverse sono state le prove mai esaminate, a causa di quel muro di omertà che circonda la vicenda e dei mille risvolti internazionali che hanno spinto a definire la sciagura come l’”Ustica del mare”. Secondo il legale, ben sette navi militari americane più una francese, poco dopo le 22 di quella notte, stavano trasportando un’enorme quantità di materiale bellico, esplosivo compreso, proveniente dalla base americana di Camp Derby. Un trasporto da considerarsi illegale, visto che la legge italiana prevede, in tal caso, l’obbligo di richiedere l’autorizzazione alla prefettura competente. Cosa che non avvenne, visto che la prefettura di Livorno era del tutto all’oscuro di ciò che veniva trasportato quella notte su quella rotta. Navi fantasma quindi, prive di copertura radar, che avrebbero intralciato la rotta abituale percorsa dalla Moby Prince, nave di 6187 tonnellate, lunga 130 metri e larga 20, capace di trasportare 1.490 passeggeri e 360 veicoli - di proprietà della Navarma, compagnia di navigazione dell'armatore napoletano Vincenzo Onorato. Sarebbe stato proprio tale intralcio a causare la collisione del traghetto con la petroliera italiana Abruzzo. Secondo l’avvocato Palermo, alla luce di questi nuovi elementi, risulta più chiaro il perché le autorità americane si siano sempre rifiutate di consegnare ai magistrati italiani le foto satellitari rilevate quella notte. Ed ecco perché, presumibilmente, i soccorsi furono volutamente ritardati per consentire alle navi militari di allontanarsi dalla zona della tragedia. Se ciò fosse accertato, la vicenda assumerebbe i contorni di una strage. Dopo anni di inerzia e indagini sbagliate si potrebbe forse arrivare a chiarire la verità su ciò che accadde quella notte del 10 aprile 1990, in cui si consumò il più grande disastro navale avvenuto in acque italiane negli ultimi 100 anni.
 
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