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Il disastro il dito e il protocollo PDF Print E-mail
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Un protocollo, l’ennesimo, irrompe d’improvviso con la pretesa di tacitare l’opinione pubblica su una delle questioni indubbiamente di maggiore attualità e di forte impatto sociale per la popolazione vibonese. Con perfetta tempistica, mentre il ritorno del mese di luglio richiama alla memoria quella brutta storia di rovine e di morte che, or sono due anni, ha segnato in maniera tanto tragica i luoghi e luttuosamente umiliato tanti affetti familiari ed amicali, ecco che finalmente piglia corpo almeno la consapevolezza della necessità di dare risposte concrete volte a garantire la salvaguardia dell’ambiente. Meglio tardi che mai, si potrebbe dire; senza con questo, ovviamente, voler significare giudizi sugli attori, che, non fosse altro per incontestabili incompatibilità temporali, non possono certo essere chiamati a condividere pregresse responsabilità. Sulle cause del disastro e sulla sostanziale indifferenza preventiva e successiva delle istituzioni, invece, il giudizio, per altro assai negativo, è d’obbligo ed evoca responsabilità generalizzate, non esorcizzabili con un fatalistico richiamo a pretesi capricci della natura cui ricondurre per intero la colpa di tutto. Certo, il nubifragio c’è stato. Ma non per questo vanno sottovalutate o addirittura trascurate le responsabilità connesse alle tante, troppe cause di dissesto idro-geologico, alla sistematica subordinazione del rispetto ambientale alle ragioni della dilagante speculazione economica e politica, alla totale e storica mancanza di interventi programmati atti a convogliare in appositi canali di sicurezza le intemperanze e l’irruenza della natura, ed evitare, così, che questa recuperi, con selvaggia e disastrosa violenza, i suoi diritti violati. In coda a cotanto strazio interviene oggi, per iniziativa del prefetto e del presidente dell’amministrazione provinciale di Vibo, il “Protocollo d’intesa sull’ambiente” che preconizza la successiva creazione di un “Osservatorio permanente sull’ambiente” quale efficace struttura di supporto per gli enti locali con ben definiti compiti specifici di promozione e tutela del territorio; oltre che di programmazione del controllo ambientale in funzione, anche, dell’individuazione delle più appropriate azioni per la risoluzione dei problemi emergenti. E’ poco? E’ tanto? Troppo presto per dirlo. Occorre dare tempo al tempo e la parola ai fatti. Ad essere realistici, l’iniziativa, di per sé, non sembra, tuttavia, porsi in termini di eccessiva originalità rispetto a tante altre consimili rimaste, purtroppo, prive di storia. Con riferimento, ovviamente, agli attesi vantaggi per la collettività. Non per questo va aprioristicamente disattesa la consapevolezza ribadita dal presidente De Nisi di un rinnovato impegno istituzionale verso la tutela dell’ambiente, capace di «richiamare tutti ad un dovere sociale e culturale in grado di dettare quelle norme condivise per tutelare il territorio”». Così come sarebbe davvero pretestuoso non convenire con il prefetto Sodano che sicuramente «le cose funzionano bene e meglio se ciascuno di noi, per la parte che gli compete, si attiva per farle funzionare». I fondati motivi di perplessità attengono, semmai, alla innegabile circostanza che tale fortunata congiuntura non si è fino ad ora mai verificata. Colpa della mancanza di un protocollo? E della carenza di osservatori? Non proprio. Quanto ad iniziative del genere, infatti, la Calabria non soffre certo di complessi d’inferiorità. E, guarda caso, sono proprio le tante pregresse esperienze in tal senso che suggeriscono, con la forza dei fatti, le più ampie riserve, se non proprio sentimenti di profondo e giustificato scetticismo, circa l’idoneità di simili strumenti a produrre apprezzabili riscontri risolutivi delle problematiche in campo. Lo sfascio ha radici robuste ed articolate; e non diversamente da altre non meno gravi degenerazioni continua a rimanere immune da qual si voglia individuazione di connesse responsabilità: dal diuturno abuso individuale, alla pianificata speculazione economica, alla ricorrente incuria delle pubbliche amministrazioni, alla mancata sistematicità ed incisività dei controlli. Non sarebbe forse una cattiva idea cominciare proprio da qui, piuttosto che confidare, ancora una volta, in taumaturgiche ammucchiate, per quanto puntualmente propiziate da lodevoli intenti.

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