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I familiari delle vittime «Ci sia veritŕ e giustizia» PDF Print E-mail
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Intanto le mogli di Ulisse e Nicola sono state licenziate 

Alluvione Vibo«Caro ministro le scriviamo da Pizzo, la città che ha pagato con la perdita di tre vite il prezzo del violento nubifragio che si è abbattuto il 3 luglio del 2006 su Vibo Valentia ». Potrebbe iniziare con queste parole l’appello rivolto ad Angelino Alfano, ministro della Giustizia, da Giuseppe De Pascale, Daiana Gaglioti (figli rispettivamente di Nicola De Pascale e Ulisse Gaglioti) e da Doria Gaglioti (sorella di Ulisse e zia del piccolo Salvatore Gaglioti). Un appello lanciato in occasione del secondo anniversario della morte dei loro cari. «Doveroso per abbattere il muro dell’indifferenza che da due anni sta avvolgendo l’intera vicenda». E’ l’appello lanciato «per chiedere giustizia», in nome della verità. E’ la rabbia di chi, come Giuseppe De Pascale, «è stanco delle promesse, delle parole buttate al vento». E’, ancora, la rabbia di chi si porta dentro un dolore mai sopito, perché «è difficile vivere senza un padre». Un rabbia che scaturisce dalla «paura che il caso possa essere archiviato senza un colpevole ». Senza nessuna condanna per coloro i quali avrebbero dovuto vigilare, avrebbero dovuto impedire lo scempio ambientale che ha amplificato il dramma di una catastrofe che, anche se non poteva essere evitata, avrebbe potuto essere limitata nella sua violenza. Ma così non è stato. Il resto è cronaca scritta migliaia di volte. Una cronaca drammatica. Quella di una alluvione che ha portato alla luce la fragilità del territorio vibonese. Per contro oggi c’è chi, come Giuseppe, Daiana e Doria, chiede che vanga fatta giustizia. Una battaglia, la loro, per giungere a quella «esatta ricostruzione dei fatti e alla valutazione delle cause e delle circostanze che hanno determinato la tragedia». Una denuncia contenuta nelle parole di Doria Gaglioti, che si scaglia contro la «lentezza e i ritardi nelle indagini ». Una contestazione a suo tempo inoltrata all’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti, al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e, oggi, anche al ministro della Giustizia. A questo si aggiunge l’interrogativo posto dai familiari delle vittime e riferito al perché, «Nicola De Pascale e Ulisse Gaglioti, benché in servizio, fossero impegnati in un trasporto valori con la propria autovettura ». Rimane forte, infatti, il dubbio che «se avessero utilizzato il furgone blindato come per legge, forse sarebbero ancora con noi». Quel dubbio che accompagnerà i familiari delle vittime per il resto delle loro vita. Aquesto si aggiunge l’atto di accusa, forte e drammatico, di Giuseppe De Pascale che si chiede, con gli occhi intrisi di lacrime, «che fine hanno fatto le promesse che l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi ha fatto ad un ragazzo che, il giorno prima, aveva saputo di aver perso il padre, travolto da una frana in quel drammatico 3 luglio del 2006». Il volto dei familiari delle vittime rispecchia una tragedia che ha scosso l’opinione pubblica e testimonia il dolore provato per aver perso un punto di riferimento essenziale per la propria esistenza. E a dare man forte ai familiari delle vittime in questa battaglia per la verità c’è anche una rappresentanza delle “mamme di Bivona”. Enza Riga, Marina e Anna Patania sono al loro fianco. E’ questa la vicinanza dimostrata da chi è sopravvissuto alla catastrofe e oggi si sente come se fosse nato una seconda volta. Le “mamme di Bivona” fotografano, nei loro interventi, le immagini di una frazione sommersa dal fango e che si sente abbandonata perché «il territorio non è stato ancora messo in sicurezza». A questo, come afferma Daiana Gaglioti, si aggiunge la delusione per il fatto che «le vedove di Ulisse e Nicola sono state “allontanate” da quel posto di lavoro assegnato loro dall’ex presidente della Provincia Ottavio Gaetano Bruni. Un incarico di collaborazione, attivato per alleviare i disagi economici di due famiglie e che, invece, si è interrotto nel gennaio scorso. Perché nessuno si è preoccupato di rinnovare il loro contratto di collaborazione. Anche questo è avvenuto nel più totale disinteresse. Anche questo fa parte di quel silenzio che sta avvolgendo l’intera vicenda e che i familiari delle vittime si sono prefissi di infrangere. In nome della giustizia, della verità. Giustizia e verità in nome di chi ha perso la vita. Giustizia e verità in nome di un territorio che non vuole più essere dimenticato da chi ha il dovere, e il potere, di metterlo in sicurezza, affinché non ci sia in futuro un altro 3 luglio.

  • Salvatore Berlingeri 
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