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Le incursioni dei pirati saraceni nel Mediterraneo e la costante minaccia di un’invasione turca condizionarono per secoli la vita politica e militare degli stati europei e la vita quotidiana delle popolazioni costiere. I corsari piombavano inaspettati su navi mercantili, su città e villaggi, facevano razzia di ogni cosa, bruciavano case e chiese, rapivano uomini, donne e bambini per venderli come schiavi o per ottenerne un riscatto. Un vero incubo per gli abitanti del regno di Napoli particolarmente esposto per la vicinanza agli stati africani della Barberia.

Sul finire del XIV secolo alcuni di essi si annidarono nella costa tirrenica della Calabria, nel Golfo di Sant’Eufemia, in una piccola insenatura sotto lo scoglio “de lo piezo”, chiamata da sempre la Seggiòla per la sua caratteristica forma. Da lì assalivano e depredavano le navi di passaggio e le coste vicine. Per por fine a queste scorrerie nel golfo si decise e si pose mano alla costruzione di una nuova città. E la scelta del luogo non poteva non cadere su quel costone roccioso a strapiombo proprio sulla Seggiòla. Correva l’anno 1380 e signore di quelle terre era Enrico Sanseverino. A Napoli regnava Giovanna I° d’Angiò. Si costruirono subito delle mura di cinta sul grande scoglio e tre bastioni, uno sulla marina e due sulla Seggiòla. Dentro le mura sorsero le prime case. I primi abitanti provenivano dai vicini casali di Braccio, San Donato e Manduci. Sono stati loro ad edificare il nuovo borgo.

Tra le prime costruzioni una chiesetta (che andò distrutta nel terremoto dcl 1783) dedicata a San Nicola Vescovo, patrono dei Manducesi, nella piazza del castello, nei pressi dell’attuale palazzo Gagliardi. Nasceva così il Pizzo, borgo fortificato cui si accedeva unicamente attraverso tre porte site sul ponte che ancora oggi separa Piazza della Repubblica dall’abitato adiacente la Chiesa di San Giorgio. Fuori le mura esisteva soltanto il Convento di San Pancrazio  costruito dai monaci di San Basilio’ nel 1363 nell’attuale via delle Grazie, là dove oggi sorge il palazzo Musolino. Nel 1442 Alfonso d’Aragona conquistò il Regno di Napoli e Nicolò d’Arena divenne feudatario della città. Con l’avvento della dinastia aragonese si incrementò l’autonomia delle amministrazioni locali. A capo dei Comuni venivano eletti uno o due sindaci, per accordo fra alcune famiglie nobili e popolari, in rappresentanza dei rispettivi ceti. Alla loro elezione si aggiungeva quella dei decurioni che assistevano i sindaci nel governo della città. Una simile organizzazione amministrativa troveremo a Pizzo quando, nel 1741, viene disposta la redazione dei catasti onciari. Ma di questo parleremo più avanti. Nel 1456 il Conte d’Arena restituì Pizzo ai Sanseverino, suoi tradizionali signori, che la governarono con Antonio, Luca, Carlo, Bernardino e Giacomo. Fedeli da sempre agli Angioini, e sempre pronti alla ribellione contro gli Aragonesi, i Sanseverino erano malvisti e osteggiati dai pizzitani, sostenitori della casa spagnola. In quei tempi, per la fedeltà dimostrata, la città ottenne particolari concessioni, fino ad essere elevata alla condizione di città demaniale. I suoi abitanti vantavano diritti e prerogative sconosciuti nelle altre città, e godevano, sia pure con discontinuità, dell’ esenzione dagli aggravi feudali. Ma la particolare attenzione che i re Aragonesi dimostravano a Pizzo era dovuta non tanto alla sua fedeltà, quanto alla sua posizione strategica nella difesa contro le incursioni saracene. Sul finire del 1480, Re Ferdinando I d’Aragona, infatti, dispose la costruzione di un piccolo castello (l’attuale castello Murat) intorno alla torre angioina sita sulla cala della Marina e, più in basso, di una torre di vedetta (la rotonda della Monacella). Per questi lavori, che si protrassero fino al 1485 o fino al 1488, furono costretti a prestare la loro opera, senza compenso alcuno, nonché a fornire i materiali necessari, gli abitanti della vicina Rocca Angitola. Intorno al 1500 veniva edificata all’interno del borgo ad opera dei Carmelitani, la chiesa di S. Maria delle Grazie (Chiesa del Carmine). Nel 1494, con la discesa di Carlo Vili, comincia l’espansione degli stati europei in Italia e così, dopo alterne vicende, logorato dalle lotte interne dei baroni locali, contrari sia al sovrano che al popolo, e privi di qualsiasi forma di coscienza nazionale, il Regno di Napoli perde la sua indipendenza e diventa “viceregno” spagnolo. Saranno due secoli di decadenza per tutto il Mezzogiorno, causati dall’inerzia del governo centrale, da un fisco eccessivo, dalle angherie dei feudatari e dalle invasioni piratesche. Pizzo, in seguito alla guerra franco-spagnola, fu assegnata a Don Diego de Mendoza da Ferdinando il Cattolico, per poi passare ai Mendoza-da Silva. Essi saranno sempre assenti dal loro feudo (commoranti in Spagna) e lo amministreranno tramite loro governatori. È in questo secolo che si sviluppa la coltura della canna da zucchero e soprattutto la pesca con le “tonnare fisse”, basate su lunghe reti posate in mare, da maggio a settembre, per intrappolare i tonni al loro passaggio. A sostegno delle tonnare vi erano le c.d. “logge”, opere in muratura dove il pesce veniva pesato, lavorato e venduto. A Pizzo ne venivano installate due: la tonnara ‘grande’ o della “Praja” (dal nome della spiaggia in cui era situata la sua “loggia”), presso l’attuale campo sportivo; e la tonnara piccola o delle “Gurne” che godeva di due “logge”, una sulla spiaggia della Seggiòla e l’altra sita al Rione della Marina. La tonnara della Praja era la più antica (1475) mentre quella delle Gurne fu messa in mare solo nella seconda metà del Cinquecento’. Nel 1542 vennero ricostruite le mura di cinta, danneggiate da un terremoto. In quello stesso periodo venne edificata per la prima volta la chiesa di San Giorgio’, il monastero degli Agostiniani sulla spiaggia della Marina (1551) e pochi anni dopo, attigua al monastero, la chiesa di Santa Maria del Soccorso.

Suggestiva la ricostruzione grafica della città murata sotto riprodotta, effettuata da Raffaello Molè nella sua opera già citata.

 

In questo stesso periodo vengono costruiti il convento dei Padri Minimi e la Chiesa di San Rocco e San Francesco (1579)16.
Sul finire del Cinquecento Pizzo venne assediata dai Turchi. L’attacco fu respinto, ma il Cigala, un rinnegato calabrese17 che era capo delle truppe d’assalto, deluso dall’insuccesso, fece incendiare ogni casa fuori le mura ed il convento di San Pancrazio. Al suo posto, nel 1600 venne costruita la chiesetta del Crocefisso.

Oltre ai terremoti e alle scorrerie piratesche, gli abitanti di quelle terre erano sempre più afflitti dalla pressione fiscale degli spagnoli e dalle angherie dei baroni. E quando arrivarono da Napoli le notizie dei moti di Masaniello del 1647, anche a Pizzo, come in molte altre città calabresi, scoppiò una rivolta di massa che culminò nell’allontanamento del governatore della città. Nel frattempo si cominciò a costruire fuori le mura e Pizzo perse il suo originario aspetto di città fortificata. Sorgono i primi quartieri: la Marina, intorno al convento agostiniano, S. Francesco, nei pressi del Convento dei Minimi, e Fontana-vecchia, che si sviluppa a monte dell’attuale piazza della Repubblica verso la fontana da cui prende il nome. A favorire questo sviluppo urbanistico  ennesimo terremoto,che nel 1656 devastò la vicina Rocca Angitola, rnducendo molti dei suoi abitanti a trasferirsi nella nostra città. E così all’inizio del 1700 essa conta già circa 2000 abitanti. A sèguito della guerra di successione spagnola, il regno di Napoli passò sotto il dominio dell’ Austria, che la governerà con i suoi viceré. Vi furono accenni di riforma in senso anticlericale, con i sequestri delle rendite dei benefici ecclesiastici, e di riforma della burocrazia per rendere più efficiente l’amministrazione pubblica e la giustizia, ma nella sostanza il governo austriaco non si differenziò da quello spagnolo. Ed a sèguito di un’altra guerra di successione, quella polacca, l’Austria perse il meridione d’ Italia; ed i regni di Napoli e Sicilia, con la pace di Vienna, riacquistarono la loro indipendenza, sia pure sotto la dinastia straniera dei Borboni di Spagna. Siamo così giunti a Carlo III di Borbone, della cui storia diremo più avanti, alla sua politica antifeudale e anticlericale, alle riforme del suo ministro Bernardo Tanucci e fra queste alla redazione del Catasto Onciario. Siamo giunti all’anno che qui ci interessa, all 741.

Continua.......... 

 
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